R. Viganò - Posto di ristoro

"Posto di ristoro", brutto nome, questo per noi di Bologna. Posto di ristoro si chiamava un pezzo di muro e di marciapiede dove sono stati fucilati tanti partigiani. Stavano lì, i morti, con le mosche sopra, e le madri urlavano nella piazza. Ma quelli delle brigate nere, con le facce magre e crudeli, gli occhi febbrili per l'odio e la paura, non lasciavano venire avanti nessuno, spianavano i mitra davanti al dolore, davanti al diritto amoroso delle donne che piangevano, non volevano sentir niente, non pensavano di crearsi per il domani e per sempre un tremendo peso di responsabilità. Stavano lì, i corpi dei fucilati, sul marciapiede vicino al muro del palazzo del Comune. Allineati, rigidi, terribili: avevano i visi neri di sangue per le botte, botte vecchie dei primi momenti della cattura, e mai erano riusciti a lavarselo dalle ferite. Poi erano venuti altri colpi, di cui non si vedeva la traccia, colpi bassi e traditori ai reni, all'inguine, al ventre. Male di dentro, negli organi della vita. E infine la raffica contro il petto o nella schiena, con nuovo sangue rosso e vivace, sangue buono di giovani, che continuava a venire sui morti col suo colore. Era per quel colore e per quell'odore che venivano a sciami le mosche. Questo si chiamava, a Bologna, nel 1944, "Posto di ristoro", e il nome amaro lo trovò una donna, una di queste nostre belve casalinghe che facevano l'amore coi tedeschi e coi fascisti.

(R. Viganò)

 

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immagine di Renata Viganò
Renata Viganò
La dimensione epica è conseguita con la quotidianità dei gesti e con un linguaggio schivo, che riproduce nelle sue cadenze il povero ma coerente pensiero di un popolo contadino. Il modo più efficace per mostrare la conquista di una coscienza morale e civile da parte delle classi subalterne. (F. Antonucci Damiano) Renata Viganò nasce a Bologna nel 1900 in ambiente borghese. Debutta giovanissima con il volume di poesie Ginestra in fiore (1912), seguito poco dopo da Piccola fiamma (1915). È allieva del Liceo "Galvani". Ha la passione della medicina e sogna di fare il medico, ma dopo la licenza liceale, per i dissesti finanziari della famiglia, è costretta a interrompere gli studi e a impiegarsi come infermiera. Scrive comunque articoli, poesie e racconti per vari quotidiani e periodici. Dopo l'8 settembre 1943, partecipa assieme al marito, lo scrittore Antonio Meluschi, alla lotta partigiana: è staffetta, infermiera e collabora alla stampa antifascista clandestina. Non ero più giovane. Sapevo ormai tutto intorno alla guerra, e avevo un marito, un bambino, una casa. Così, quando mio marito andò via partigiano, presi il bambino, lasciai a casa la roba e la paura, e fui partigiana anch'io ... Finita la guerra il suo impegno di pubblicista e scrittrice si rivolge a riviste e quotidiani di sinistra: "Il Ponte", "Il Progresso d'Italia", "Noi donne", "Rinascita", "L'Unità". Nel 1949 pubblica il romanzo L'Agnese va a morire, che contiene molti spunti autobiografici. E' la vicenda di un'anziana contadina, dedita alla casa e alla famiglia, che, dopo l'uccisione del marito Palita da parte dei tedeschi, si unisce ai partigiani nelle valli di Comacchio. Il libro vince il Premio Viareggio ed è tradotto in quattordici lingue. E' considerato uno dei migliori romanzi neorealisti, "il miglior libro che la nostra narrativa ci abbia dato sulla guerra di liberazione". Altre sue opere sono la raccolta di racconti Arriva la cicogna (1954) e i volumi di poesie Mondine (1952), dedicata alla bracciante Maria Margotti, uccisa nel 1949 durante uno sciopero, e Donne della Resistenza (1955). il romanzo Una storia di ragazze (1962) ha per tema la sottomissione al mondo maschile. Muore a Bologna nel 1976. Nello stesso anno esce la raccolta di racconti Matrimonio in brigata e il film di Giuliano Montalto tratto da L'Agnese va a morire, con Ingrid Thulin.